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Racconto di Mara

DA BORGO VAL DI TARO A VILLAFRANCA

 

Eccoci or dunque! Gli Assatanati del Ruggente Ruggero han di nuovo ripreso il cammino verso

il Volto Santo di Lucca. Il soprannome non vi tragga in inganno, perche´ per questo gruppo di

allegri Pellegrini non serve un Padre Esorcista, ma soltanto un po' di sana fatica, per espiar col

sudore qualche veniale peccatuccio e qualche scaramuccia interiore, che ognuno si porta

appresso, ne lo capo e ne lo cor.

Il loro scalpiccio su terra appenninica e` angelico suono per l'orecchio fino del Narratore, che

osserva, ascolta e tutto annota. Ripartono da Borgo Val di Taro, la` dove avevano terminato il

precedente viaggio e ancor c'e` gente nova, che s'appresta ad affrontar l'impresa di scollinar il

Passo del Borgallo e calar con decisione verso Pontremoli, terra di Liguri Apuani. In assenza

del Vignaiolo di Parma, s'e` aggiunto alla truppa un degno conterraneo, l'Alchimista del Caffe`,

l'uomo dalle mille risorse e dal passo svelto, colui che riempie le bisacce di ogni ben di Dio

(soprattutto del Dio Bacco!), capace di mescolar pozioni per corroboranti beveraggi ('intrugli' li

chiama bonariamente il Vignaiolo)!

Ci son poi le Ninfe d'Appennino, vivaci donzelle con la pelle color dell'ambra, le chiome corte o

lunghe, tutte gambe forti che non temon la fatica, e il Cavalier Silente, un giovine che pur nella

sua pacatezza, non disdegna la sagace frecciata, l'ironia sottile che tanti sorrisi strappa ai suoi

compagni d'avventura. Ma dunque, partiti da Borgo Val di Taro, allungando braccia e mani per

afferrar ciliegie ed amarene, passano per Valdena e, una volta giunti al Passo del Borgallo,

ecco un breve tratto lungo il crinale, dove l'occhio puo` spaziare attorno e l'anima con esso,

dove il cielo sembra piu` vicino e il mondo corre insieme al piede alleggerito, dove tutto si

separa e tutto si unisce.

Ma il Narratore si perde in chiacchiere ed e` gia` tempo di incrociar villaggi dai nomi fiabeschi

come Farfara`, di rinfrescar li piedi nelle acque limacciose ma accoglienti del Lago Verde, e`

gia` tempo di rimirar li Facion che adornano li muri di certe magioni di Cervara. Accompagnati

dal sole del meriggio avanzato, quel sole pronto ad agghindarsi dei colori del tramonto, la

brigata chiacchierina giunge presto a posar gli zaini poco fuori Pontremoli, dove li attende

un'antica dimora, solida pietra ricoperta dal glicine, che offre loro giacigli da Re e un banchetto

degno di Lucullo! La tavolata e` allegra (e non solo per merito del nettare di Bacco e dei quasi

afrodisiaci testaroli!), la cena e` il momento che li vede tutti gli uni accanto agli altri, ancora

vivaci, pieni di storie da raccontare, sazi di buon cibo ma mai paghi di parole, sguardi, gesti...

Sotto il porticato con l'Erba Luigia, nel prato a rincorrere le lucciole o intenti ad odorare la notte,

i Pellegrini non sembrano voler abbandonarsi all'abbraccio di Orfeo, per ritemprar le stanche

membra... potrebbero persino attendere l'alba... No, forse l'alba no!

Il mattino seguente il sole inonda di luce ogni cosa, ma soprattutto scalda gatti e Pellegrini

comodamente accoccolati sulle panchine del giardino. Dopo aver spazzolato voracemente

quanto generosamente apparecchiato dai locandieri Liguri Apuani, la truppa, ancora un po'

appesantita dal sonno (e forse anche dalla pappatoria!) si rimette in marcia verso Pontremoli,

citta` munita di maniero e graziosamente agghindata per il giorno di festa. Il Ruggente scalpita

perche´ dovrebbe incontrare un giovine, che fa lo suo medesmo mestiere, ma che pare non

accenni a palesarsi. Rimandato l'incontro ad ora piu` tarda, si intraprende la via che porta a

Villafranca in Lunigiana, sotto un sole un po' meno amico di quello della sera avanti, che coce le

teste e infiamma li piedi dei Pellegrini. In compenso, il cammino attraversa luoghi ameni,

minuscoli borghi di pietra, raccolti intorno a piazzette lastricate e vicoli stretti.

Passato Ponticello, si fa sosta alla Pieve di Sorano, che i Nostri non possono rimirar in tutta la

sua belta`, in quanto occupata da due anime pie, che proprio in quel loco han voluto scambiarsi

promessa di eterno amore. Dopo l'agognato riposo, non e` facile imbracciar nuovamente lo

zaino, cosi` azzannati dalla canicola... allora ci pensa lo Scapigliato Campeggiatore a risollevar

li animi! Attingendo a una fonte munita di propaggine gommosa (o 'canna' che dir si voglia!),

annaffia generosamente i compari che gli passano accanto. Oh soave frescura, oh benefica

pioggia! Un poco rinfrancata, la truppa prosegue indefessa e, attraversata anche Filattiera,

dove ancora una volta gli accaldati viandanti han potuto attingere ai gorgoglianti fontanili,

giunge a Filetto e quindi a Villafranca.

E` questa 'Libera Villa', esente da dazi e da tributi, un borgo in cui, lo tempo che fu,

prosperavano i commerci; oggidi` ai Pellegrini e` bastante la pacata accoglienza di un oste,

pronto a dissetar le gole arse con cervesa et vinum! Finalmente il Ruggente ha incontrato

anche il giovine cui si era accennato poc’anzi e ha da lui ricevuto ragguagli circa lo miglior

percorso per proseguire il pellegrinaggio verso Lucca... Ma per oggi la strada e` finita, lo

scalpiccio e` cessato ed ora si possono alzar le caraffe al cielo, in attesa di quell'ormai consueto

mezzo su rotaia, che riportera` a casa zaini, pedule, cuori e pensieri.

Prima di posar penna e calamaio, il Narratore vuol aggiunger una chiosa, perche´ lui che tutto

ascolta e tutto annota, vive a suo modo le fatiche del cammino, col cor e la favella prima che

con le carni.

Per lui mover li piedi lungo la strada significa guardare lo mondo dalla giusta prospettiva,

significa interrogar senza pretesa di trovar definitiva risposta. Per tal motivo tornera` presto a

calzar le pedule, ad inforcar lo zaino e a condivider la strada con tutti li Pellegrini che

incontrera` lungo il cammino.

****************

DA VILLAFRANCA A PIEVE SAN LORENZO

 

Zaini, pedule, cuori e pensieri son nuovamente chiamati a raccolta per proseguir lo viaggio

verso Lucca e il Volto Santo (che si fa un poco meno Santo, a sentirsi nominar invano, ad ogni

piè sospinto, dagli irriverenti Pellegrini).

Vetusti e novelli compagni di ventura, attendon paciosi il Ruggente Ruggero, che con bordone e

scarsella farà nuovamente da guida lungo le antiche mulattiere della Lunigiana. Ad aspettarli a

Villafranca c’è il giovin Ligure Apuano, che di nome fa Oreste e che insieme al Ruggente ha

pugnato tenacemente contro le frasche de li boschi, innocenti invasori, per ritrovar la via un

tempo percorsa dai Pellegrini e da chi teneva commerci fino a lo mare. Ma l’ora si fa tarda, la

rotaia non aspetta e ancor non compaiono bordone e scarsella…

Ruggente dove sei? Il fato ostile ha voluto che il Nostro, con le terga del suo destriero

motorizzato, sia finito dentro un fossato a far compagnia a le ranocchie! Ingresso trionfale

rovinato, ma niente paura: è in arrivo il Cavalier Silente con i lasciapassare per l’amico

capotreno… troppo tardi! In quel mentre la locomotiva se ne va… Necessita una partenza

ritardata! Un poco scoraggiati ma ancora saldi, i Pellegrini, aiutati dal piede svelto ed allenato,

non si lasciano sfuggir le successive coincidenze e giungono finalmente in quel di Villafranca.

Quando finalmente irrompe in scena anche il Ruggente (animo e corpo neanche minimamente

scalfiti dal rovinoso risveglio), non c’è più tempo per i convenevoli, urge recuperar lo tempo

perduto: subito in marcia verso Virgoletta e Castiglione del Terziere!

Lo camminar di codesti piedi peregrini è gioioso e leggero, il loro calpestio risuona sugli antichi

selciati dei piccoli borghi che attraversano, così come il loro chiacchiericcio si perde tra le

fronde degli alberi, si spande nell’aere come dolce melodia… almeno per le orecchie del

Narratore! Gli Apuani Liguri, che vivono in codesti luoghi, sono più stupiti che estasiati dal loro

musical trottamento e certo non son da meno gli abitanti del bosco, poco avvezzi a codeste

ridanciane sonorità.

Oreste, barbuto e paziente compagno di ventura di codesta truppa, è un po’ il Virgilio che

accompagna i suoi Alighieri fin sulla cima del Monte del Purgatorio (i Nostri l’Inferno l’han

scampato, ma la carne è debole e un piede in fallo può costar loro un penoso capitombolo in

qualche girone infernale, con molta probabilità quello dei Golosi!).

Conta loro dei Malaspina e dei Bosi, dei loro traffici e dei loro amori, spiega che la Lunigiana

era terra ambita e che ivi sorsero molti manieri, come quelli di Monti e di Pontebosio… Quale

piacere nel poter toccar la pietra silente ma piena di vita, testimone di tempi che furono, abitata

e calpestata da le genti antiche, di cui accolse voci e sentimenti, sudore e lacrime, cassa di

risonanza per grida di dolore e di gioia, capace di serbar il rosso del sangue come quello del

tramonto… La pietra sussurra all’orecchio che a lei si tende!

Il Ruggente non dà tregua ai suoi compari, ha fretta di raggiungere Moncigoli prima del calar del

sole, ma, a dire il vero, l’affanno suo è di giunger per tempo affinché l’oste, che ospiterà la

truppa penitente, possa rifocillar le pance vuote e le gole arse. Nessuno resterà deluso! Giunti

al Bardellino, locanda sorta là dove un tempo fu lo podere de li Conti Jacopetti Danesi, al

cospetto del profilo severo delle Alpi Apuane, i Nostri trovano comodi giacigli, ma soprattutto

(come sempre!!) un desco carico di prelibatezze di codesti luoghi, a partir da sgabei e

panigacci.

E ahimè li Penitenti, invece di purificar lo corpo e il core, non disdegnano di sollazzarsi, resi

ancora più allegri dal nettare violaceo, che l’oste spreme dalla sue proprie uve.

La notte fa tutto inchiostro, di nero avvolge le sagome del Pizzo d’Uccello e del Pisanino, non è

più tempo di lucciole, ma non manca qualche stella da salutar prima di andarsi a coricare. Orsù

dunque Pellegrini, posate le gote sui guanciali, coprite li piedi stracchi e lasciate che Orfeo vi

faccia dono di quel sonno ristoratore, che cala il sipario sulle pene quotidiane e lascia vagar le

menti ne lo mondo effimero del sogno, dove le paure e i desideri si confondono.

L’Alba ha già ripiegato le sue vesti rosate, quando tutti hanno di nuovo inforcato gli zaini ed

Oreste, solerte Virgilio, è giunto a spronar la compagnia. È tempo di posar lo sguardo su

Fivizzano, la Firenze della Lunigiana, che diede i natali a quel Jacopo da Fivizzano, colui che fu

tra i primi ad approcciar la stampa con i caratteri mobili, battendo sul tempo i compari suoi che

abitavano al di là degli italici confini.

Oreste narra e cerca di guidar gli sguardi agli angoli di codesta Piazza Medicea, che forse volle

proprio il Granduca Cosimo III, li accompagna lungo i vicoli angusti ancor fedeli agli antichi

acciottolati, fin dove affacciano sugli ‘orti’, là dove i Pescia ardentemente vollero un lavoro

agricolo non più di sussistenza, ma capace di sfamar le bocche cittadine e di rinvigorir li

commerci.

Tanti sono i secoli di storia che si dovrebbero raccontar delle pietre di Fivizzano, come quelle di

Turlago dove i Pellegrini giungono dopo aver lottato contro le spine dei rovi e i tronchi caduti,

tenaci guardiani di passaggi dimenticati. Ante tempo, prima di guidar li piedi peregrini dei

compari, il Ruggente ed Oreste sono andati riscoprendo le vie, a furia di faticar tra la boscaglia,

imboccando false piste e dovendo tornar spesso sui loro passi.

Proprio a Turlago, dopo aver furtivamente raccattato dal terreno qualche pomo caduto (il

Narratore giura solennemente che nulla fu colto dall’albero stesso!), i Nostri sostano all’ombra

dei castagni, accanto al sagrato della Chiesa romanica di San Felice. Poiché l’omo è cacciatore

ma ancor prima raccoglitore, qualche ardita fanciulla (si dice la pecca ma non lo peccatore) si

lascia tentar dai ricci dischiusi dei castagni e aiuta il dolce frutto a liberarsi delle spine, per poi

riporlo in quelle scarselle alleggerite lungo il cammino. E tutto ciò al cospetto di quel tempio

divino che dovrebbe ricordar loro lo scopo di codesto peregrinar verso il Volto Santo!

Da lì al grazioso borgo di Reusa e fino a Pieve San Lorenzo il tempo corre veloce, ma senza

fatica alcuna, lo testimonia l’allegro vociare dei Pellegrini, che non disdegnano d’arrestar la

corsa per far parola con le genti del posto. Uomini e donne che la città non è riuscita a

richiamar seco, fedeli invece al richiamo ancestrale di codeste terre, non sempre facili e

generose, che han curvato schiene, solcato visi di rughe e indurito di calli le mani.

A Pieve San Lorenzo li attende nuovamente la rotaia, che ancora una volta li riporterà ai loro

focolari, ripercorrerà a ritroso il corso dei loro passi e dei loro pensieri. C’è tempo per rinfrescar

le ugole assetate e per ritrovar le giovanili attitudini grazie a uno scalcinato marchingegno, che

di nome fa Biliardino o Calcio Balilla, ricordo di meriggi all’oratorio infocati di passione.

C’è tempo per raccoglier le idee e, una volta in viaggio, di osservar lo cielo che prima avvampa

e poi scurisce, portando seco la leggerezza del giorno, lasciando incalzar la malinconia

dell’imbrunire.

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DA PIEVE SAN LORENZO A GALLICANO

 

I Pellegrini del Ruggente Ruggero han di nuovo portato li piedi in marcia, il traguardo s'avvicina

ma sembran non temer la pena che li attende, a causa dei peccatucci loro, che sono ancor tutti

da espiare! Purtroppo il Narratore codesta volta non è stato lesto nel prender appunti e note, ha

scordato penna e calamaio, ma soprattutto avea lo capo troppo pregno di pensieri ed

elucubrazioni, il cuore reso assai pesante dalle preoccupazioni. È forse codesto il modo di

cominciar lo conto della novella ventura? Il Narratore vuol solamente chiarir coi suoi lettori che

lo scritto potrà apparir un poco stracco e un poco scarno, ma il sentimento è sempre vivo,

anche oltre codeste parole.

Orsù dunque, ricominciam da capo. I Pellegrini parton sempre dalla rotaia che li accoglie

ferrosa e rumorosa, attorniati da le genti frettolose, che su queste carrozze d'acciaio s'accingon

a viaggiar verso mete ignote, chi per sollazzar lo spirito, chi per faticar e guadagnar la paga. Un

universo in movimento quello della rotaia, ma che a tratti sembra affannarsi senza preciso

scopo, spinto soltanto dal mito dell'accelerazione. Il Ruggente è Raggiante! La sua truppa

peccatrice si è nuovamente infoltita, ormai si sfora in abbondanza la ventina e faticherà a

tenere a bada l'esuberanza di una così varia umanità. Ma lui ridacchia sotto il folto baffone,

nulla posson dubbi e timori contro la gioia di codesto cammino condiviso, contro il dolce piacer

di incontrar persone nove, linfa vitale per futuri arrangiamenti.

Oggi con la truppa ci son davvero tanti volti novi, tra cui spiccan due baldi giovani dal passo

svelto e l'animo pronto; son Cavalieri romagnoli, la Sentinella dei Boschi e l'amico suo fidato.

Sembrano un poco silenti, ma lo sguardo è puro e ben s'accordano con lo spirito dei Nostri. Poi

ci sono il Capitano di Marina e la sua consorte, sangue ligure nelle vene, veemente e possente

lui, dolce e pacata lei. Il Capitano rivela sin da subito una certa smisurata passione per il

dagherrotipo; sarà lui a dettare le regole in materia di 'perfetta composizione', quando ci sarà da

immortalar li pellegrini, ritratti per future memorie.

Ci si ritrova tutti a Pieve San Lorenzo e ci si attarda in giro, chi per confortarsi con una bevanda

calda e un tozzo di pane (che a onor del vero son più che altro brioches di francesissima

memoria!), chi fingendo di controllar li lacci dello zaino; qualcuno punta l'occhio avido sul

famoso marchingegno, il Biliardino o Calcio Balilla, che alla fine dell’ultimo peregrinar regalò

loro momenti di fanciullesca beatitudine e ridanciana battaglia. Il Ruggente intercetta,

percepisce e corre subito ai ripari: impugna li bastoni (son strumenti per agevolar lo passo del

peregrino, ma alla bisogna...), serra bene la scarsella e via veloce come il vento, certo che i

Suoi lo seguiranno senza indugi, abbandonando ogni speranza di sollazzo.

In verità, lo seguon solerti perché sanno che a breve potranno già sostare e non sarà un

modesto praticello ad accoglier le loro placide terga. Infatti, quando ancor li piedi non son caldi,

ci si arresta presso un'accogliente locanda, giusto poco sotto l'Altopiano dell'Argegna, ove

sorge il Santuario di Nostra Signora della Guardia, al cospetto dell'aspro profilo delle Alpi

Apuane, che da tempo ormai, silenti e maestose, accompagnano lo peregrinar del gruppo.

Torniamo a noi e a quel piccolo antro di tentazioni, che, tra formagelle e insaccati, fa salivar le

bocche dei 'malcapitati'... Peccato di gola giusto prima di elemosinar perdono al Santuario! Ma

la Giustizia Divina sa come far loro espiar codesta ingordigia e li lascia rosolar sotto il sole

cocente, mentre spossati dalla calura, attraversano suggestivi ponticelli e rustici borghi

garfagnini. Come Capoli, d'origini vetuste (pare che le prime pietre furono poste ancor prima del

793 d.C., data cui risalgon le prime notizie di codesto loco) e Nicciano, voluto dai signori

Malaspina. Pietre di Garfagnana che, in questa giornata cocente, offron riparo al fresco di

vicoletti ombrosi e che stupiscono per la loro beltà, lasciando intuir lo passato di genti operose e

devote, che piegavan la schiena menando le zappe e pregando sotto le croci.

Non danno l'idea dell'abbandono codesti agglomerati di casupole, risuona tra i tetti un non so

che di gioioso, ma forse è il cuore del Narratore che, procedendo il cammino, ritrova la pace di

un tempo.

Da suo solito, il Ruggente svicola su distanze e tempi, ma il sole si fa meno mordente, torna un

poco di frescura e li piedi, dopo innumerevoli saliscendi, ormai son pronti per l'agognato

pediluvio; così, attraversato anche l'abitato di Piazza al Serchio, ai Nostri è ormai chiaro che

giungeranno a destinazione al calar della sera, giusto in tempo per mirar li colori accesi del

tramonto. E sarà proprio il tramonto a mostrar loro in tutta la sua imponente beltà la fortezza di

Verrucole. Pietra grigia contro cielo imbrunito, si staglia dominante sulla valle del Serchio e

narra vicende di lotte feudali, di ‘schiopiti di ferro e balestre di legno'.

Giunti infine a San Romano, è tempo di abbandonar scarpe e fardelli, per ristorar le membra e

soprattutto le pance affamate. Il convivio è come sempre vivace e ridanciano e, tra un boccone

e l'altro, tra un bicchier di nettare di-vino e l’altro, c'è tempo per scrutar li visi e gli animi dei

commensali, di ascoltar storie e pensieri, c'è tempo di incontrarsi davvero. Questa sera niente

stelle da interrogare o lucciole da inseguire, ma, per chi ha ancora un po' d'energia in corpo,

ecco apparir il solito Calcio Balilla, immancabile protagonista di codesta nostra storia di viaggio

e di ventura. La notte cala morbida e silente, ma il fervore calcistico riempie l'aere di suoni e

rumori, sottofondo che non reca fastidio, al contrario carezza l’orecchio stracco, quasi fosse

placida cantilena.

Al risveglio del giorno successivo, la trista novella: il cielo lacrima abbondantemente, l'orizzonte

è cupo e cupi son gli sguardi dei Pellegrini. Sfoderan parapioggia, mantelle e quant'altro, decisi

a tentare la sorte, almeno fin in quel di Castelnuovo di Garfagnana. Nessuno teme lo scrosciar

di codesta pioggia, in molti ritrovano il piacer dei fanciulli, che infilan li piedi nell'acqua giusto

per frantumar la perfezione di una pozzanghera o per intonar sciacquettanti melodie e

ridacchiare allo schizzar delle gocce fin sul volto. Purtroppo però non c'è squarcio all'orizzonte,

non c'è angolo d’azzurro che faccia sperar in una tregua clemente, che consenta di portare a

termine il cammino. Attraversato l'antico ponte a schiena d'asino di Pontecosi, rimirate le acque

del lago, che oggi riflettono la malinconia del cielo, gettato uno sguardo penitente (e forse

anche una prece!) alla Chiesa della Madonna del Ponte, i nostri s'instradano svelti verso

Castelnuovo.

Giunti a destinazione le loro sorti si dividono, perché c'è chi ha premura di ritrovar la rotaia per

tentar un rientro anticipato e chi decide di prolungar il piacere della compagnia innanzi a un

pasto ristoratore, poiché l'ora si presta e al temporale non è consentito entrar nelle locande. Per

la maggior parte dei penitenti il cammino s’arresta qui, in fronte alla massiccia Rocca Ariostea

di Castelnuovo, ma il Narratore sa per certo che alcuni 'devoti', nei giorni successivi han ripreso

la strada per giunger a Gallicano, perché codesto è lo spirito del Pellegrino, un gran imbroglio di

testardaggine, passione e devozione, devozione assai profana, che si volge al cammino stesso,

al passo condiviso lungo sentieri e vicoli, al piacere dell'amicizia.